"La famiglia è la prima sede dove si comprende il significato dell'esistenza. In un mondo in cui prevalgono i valori del profitto, della ricchezza, del piacere, la cultura dell'accoglienza mira a coltivare i valori del servizio e del dono."
sabato 19 aprile 2008
Ai piccoli azionisti di Imm. Lombarda un’Opa col «premio»
da il Giornale di oggi 19.04.2008
da Milano
Davide contro Golia finisce in pareggio. Ma i piccoli azionisti di Immobiliare Lombarda, la società presieduta da Paolo Ligresti, non speravano nemmeno in questo risultato e brindano comunque. L’Opas lanciata da Fondiaria Sai sulla controllata Immobiliare Lombarda ha raggiunto il primo traguardo per un soffio: le adesioni hanno superato la soglia critica del 90% precisamente 90,02%.
Questo significa che l’offerta per ritirare il titolo dal mercato andrà avanti, ma adesso sarà la Consob a decidere il prezzo che Fonsai dovrà offrire agli azionisti che non hanno aderito all’Opas, che era parte in cash, parte in azioni Milano Assicurazioni. Immediata la reazione della Borsa: Imm Lombarda ieri ha messo a segno un guadagno del 4,78% a 0,147 euro. Il mercato scommette che Consob obbligherà il gruppo Ligresti a offrire un prezzo più alto di quei 0,135 euro (calcolato sulle quotazioni dell’ultimo giorno valido per aderire all’offerta) messi sul piatto da Fonsai. E per di più tutto in contanti.
«Acquistare ieri il titolo era come tirare un rigore», commenta un gestore. «Storicamente Consob sceglie un prezzo maggiore di quello dell’Opas e quindi è molto probabile che le quotazioni continueranno a salire». Un caso per tutti è quello di Acqua Marcia quando Consob chiese un aumento del prezzo tra il 40 e il 50% rispetto all’Opa. Acqua Marcia vinse il ricorso al Tar ma poi finì per pagare la cifra richiesta da Consob. «La storia parla chiaro e anche se l’autorità di controllo non ha ancora deciso, basta solo guardare i criteri su cui si baserà la formulazione del nuovo prezzo per attendersi un risultato scontato», spiega un analista.
Per capire come si orienterà Consob prima di tutto bisogna fare un passo indietro e chiarire un dubbio circolato in questi giorni. Contrariamente a quanto scritto da alcuni commentatori, spiegano alla Consob, ci sono tutti i presupposti per applicare le regole vigenti sulla materia senza dover aspettare i regolamenti attuativi sull’Opa europea.
Questo significa che per stabilire il nuovo prezzo di offerta, Consob si rifarà a quattro criteri: il prezzo dell’Opas offerto da Fondiaria Sai, l’andamento del titolo negli ultimi sei mesi, il valore del patrimonio netto rettificato e attualizzato della società (net asset value ) e le prospettive del gruppo.
I pesi dei diversi criteri variano a seconda delle singole operazioni. I primi due parametri infatti assumono un valore significativo a seconda della percentuale di adesione (in questo caso 74,23% delle azioni oggetti d’Opas) e dei volumi degli scambi, non particolarmente elevati per Immobiliare Lombarda. In questo caso dunque i parametri che presumibilmente avranno più peso nella formulazione del prezzo della Consob saranno gli ultimi due: il net asset value e le prospettive di crescita del gruppo.
In proposito, per avere un’idea del risultato futuro, si può ricordare il giudizio espresso dall’advisor Banca Leonardo, interpellato proprio dal cda di Immobiliare Lombarda che aveva giudicato l’offerta «non congrua» sotto il profilo finanziario, valutando appunto il net asset value della Lombarda 0,201 euro per azione (più 36% rispetto al valore di chiusura di ieri).
venerdì 11 aprile 2008
MPS .... dal Blog del Dr. Barrai
LIBERTA' DI STAMPA O STAMPA LIBERA? MPS
OGGI MORGAN STANLEY HA PORTATO IL TARGET PRICE DI MPS A 2,32 (DA 2,85).Un bravi a Morgan Stanley unici analisti che si mettono contro il potere dell'avvocato calabrese Mussari.
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SAPPIATE LEGGERE LA VERITA' DI STAMPA........
Quando in edicola chiedi l'Unità sai già che tipo di notizie puoi trovare, stessa cosa se compri l'Avvenire o il giornale di Feltri.
Ma se compri Milano Finanza ti aspetti un giornale che tratti argomenti di Finanza e Mercati cercando di essere neutrale e imparziale.
Ebbene, quando compri Milano Finanza invece devi sapere che compri l'ideologia di Panerai (editore). Compri la strenua difesa dei suoi amici.
Di esempi in questi anni se ne possono trovare a centinaia. l'ultimo e clamoroso è quello della difesa estrema di Mussari, MPS, e l'operazione Antonveneta (sponsorizzata dall'amico di Panerai, Geronzi).
Ebbene, a novembre il buon Panerai ha scritto un'editoriale a favore dell'operazione Antonveneta che passerà alla storia del giornalismo (lascio a voi decidere se del buon o del cattivo giornalismo).
In una serie infinita di articoli su Milano Finanza l'editore e il giornale hanno messo in risalto le sole notizie positive, rinnegando le decine di analisti che in
questi mesi hanno continuato ad abbassare i targets sul titolo.
Panerai ha compiuto la sua opera eleggendo Mussari a banchiere dell'anno(cosa che fece anche con Faenza di Banca italease, ora in disgrazia).
Ma anche oggi Milano Finanza ha toccato il fondo. Ha infatti avuto la faccia tosta di mettere in prima pagina la Foto di Mussari con un articolo intitolato "Tutto esaurito per il Bond Montepaschi".
Il "bravo giornalista" Abdrea Di Biase a pagina 19 ha scritto un articolo strappalacrime.
Ve ne riporto qualche stralcio:
" Il successo del collocamento agevola la ricapitalizzazione da 5 miliardi"
"Forte Domanda oer il Bond da 1 Miliardo emesso da JP Morgan"
"Si è chiusa con un successo superiore alle aspettative la prima fase del rafforzamento patrimoniale"
"Adesioni ampiamente superiori all'offerta"
"MPS ha spuntato condizioni migliori rispetto a quelle attualmente praticate dal mercato"
"L'interesse del mercato è stato elevato"
"L'aumento di capitale di 5 miliardi potrà essere fatto con un LEGGERO sconto."
Ebbene:
- Nessuna informazione sull'andamento del titolo MPS a Piazza Affari che è stato anche sospeso per eccesso di ribasso.
- Nessuna comunicazione sul fatto che il 58% del Bond è stato comprato dalla Fondazione stessa, e quindi sul mercato sono finiti solo una misera parte del totale.
- Le condizioni migliori rispetto al mercato non sono corrette, a me dicono che lo spread poteva essere più basso.
- L'aumento di capitale sarà fatto con un grande sconto (non piccolo).
- il titolo MPS langue a Piazza Affari anche se tutti i titoli bancari sono rimbalzati nelle ultime settimane.
- Nessun cenno al mostro di bond subordinato che sta per uscire per il retail parco buoi.
- Nessun cenno alle annunciate vendite di assets per ora non finalizzate
- Nessun cenno che al CDA di ieri si respirava un'aria di pessimismo cosmico e sono in aumento, fra i dirigenti, coloro i quali hanno perso la stima su Mussari e già lo vedono in partenza fra pochi mesi.
- Vigni deve decidere, può affondare con mussari o può, con un briciolo di orgoglio, attaccare le scelte del suo capo.
-Per la Fondazione........signori....il caro Mancini sta già pensando di occuparsi di coltivazione di olivi e pomodori.



lunedì 31 marzo 2008
OIL STORM...... EMERGENZA PETROLIO da la Storia siamo noi
Oil Storm
La fiction (risalente al 2005) ipotizza che, a seguito di un uragano, il principale oleodotto statunitense, Port Fourchon in Louisiana, si sia interrotto e il prezzo del petrolio sia cominciato a salire. E per un’economia petrolio dipendente come quella statunitense, la difficoltà di approvvigionamento causa un blocco dell’economia. Il governo si attiva, ma, visto che le disgrazie non vengono mai da sole, un’altra serie di eventi catastrofici, come attacchi terroristici ai pozzi arabi, portano il prezzo del petrolio a oltre 150 dollari al barile e gli Stati Uniti alla fame.
A “La Storia Siamo Noi” la ‘fantaeconomia’ diventa la storia di una crisi immaginaria ma possibile. Una crisi petrolifera, che potrebbe riguardare tutti, in un prossimo futuro. Uno scenario apocalittico, che svela tutta la fragilità del nostro sistema economico e industriale, che dipende in tutto e per tutto dal petrolio.
Proviamo a prendere in esame cosa succederebbe se il petrolio non fosse più improvvisamente disponibile e se un insieme di disastri naturali, incidenti meccanici e conflitti politici, tagliasse di colpo l’approvvigionamento del greggio. Quali sarebbero le conseguenze per il mondo intero?
In questa puntata-finzione, un uragano di nome Julia (come il vero uragano Katrina abbattutosi negli Stati Uniti durante l’estate del 2005), è il primo protagonista del nostro scenario di fantaeconomia.
L’uragano Julia si è abbattuto sulla Louisiana lasciando morte e devastazione. E, dopo la distruzione e le perdite umane, c’è anche il rischio dello shock petrolifero. La Louisiana è nel caos. L’intero sistema economico americano rischia il collasso.
Le conseguenze dell’uragano Julia potrebbero essere terrificanti.
Nel filmato la Casa Bianca non ha scelta. Per evitare un nuovo devastante shock petrolifero, deve ricorrere alla “riserva strategica”(ovvero la riserva di petrolio disponibile qualora ci fosse un’interruzione delle forniture).
Una misura di emergenza che, in America, è stata adottata solo negli anni Settanta, da Richard Nixon.
Da principio, questo rimedio sembra funzionare. Il prezzo del greggio scende al di sotto dei 70 dollari al barile. Ma, naturalmente, in questo scenario immaginario, anche la riserva strategica può essere solo una soluzione temporanea.
Quali possono essere le soluzioni strutturali? Insomma, come rifornire l’America di tutto il petrolio di cui ha bisogno?
Dove trovare la benzina per le macchine, il gasolio per i camion che trasportano il cibo e le merci, il carburante per gli aerei?
L’unica soluzione sarebbe ricorrere al petrolio straniero.
Ovviamente l’Arabia Saudita sarebbe il partner privilegiato (nella finzione e nella realtà), ma anche il possibile alleato per fronteggiare una crisi senza precedenti. Chiedere però il petrolio all’Arabia Saudita potrebbe essere, infatti, un’arma a doppio taglio. Dopo l’11 settembre la famiglia reale saudita è entrata nel mirino di al-Qaeda e dei fondamentalisti islamici, che la giudicano troppo amica di Washington. Proprio dall’Arabia Saudita giunge la notizia di disordini da parte di un gruppo fondamentalista che ha preso il controllo di un centro commerciale in cui si trovano 300 persone. I terroristi chiedono che l’Arabia Saudita revochi l’accordo per l’aumento di fornitura di greggio all’America. La strage ha inizio.
Il timore che l’Arabia Saudita piombi nel caos e nell’anarchia scuote i mercati di tutto il mondo. Il prezzi della benzina schizza a livelli astronomici. E allora, qual è il prezzo da pagare per quel petrolio di cui l’America ha così disperatamente bisogno?
Cosa fare per proteggere quei pozzi di petrolio in Arabia Saudita da cui ormai dipende addirittura la sopravvivenza degli Stati Uniti?
Per Washington c’è un’unica strada: l’opzione militare.
La Casa Bianca dà l’annuncio: 5.000 soldati partiranno per l’Arabia Saudita. E il mondo si trova, una volta di più, sull’orlo di una guerra per il petrolio.
In Oil Storm sono trascorse sette settimane dall’uragano Julia, e nonostante l’invio delle truppe in Arabia Saudita, i mercati non sembrano tranquillizzarsi.
Il petrolio raggiunge i 6 dollari al gallone – tre volte il prezzo normale.
L’America è sconvolta e potrebbe crollare definitivamente. E allora, per rassicurare la Nazione, il Presidente Bush decide di intervenire.
Il porto di Houston sostituisce in tutto e per tutto la base di Port Fourchon, distrutta dall’uragano Julia. E dunque, ora Houston è diventato il vero centro nevralgico di una situazione già disperata.
Una incredibile concatenazione di circostanze ha portato gli Stati Uniti ad una situazione di crisi senza precedenti. Se da una parte, la produzione di petrolio si arresta, dall’altra i prezzi schizzano, a livelli astronomici.
La crisi ha una prima immediata conseguenza: il super-Commissario per il Petrolio, Jack Roden, deve rassegnare le dimissioni. Al suo posto, a sorpresa, il Presidente Bush nomina il negoziatore con l’Arabia Saudita: il sovietico Sasha Stanìmir. La Russia diviene ora l’interlocutore principale di Washington.
Ma nella fiction le terribili notizie non finiscono. Tra esplosioni di raffinerie in Arabia Saudita, vittime, disordini e dirottamenti di navi petrolifere, i riflessi sull’America sono devastanti. Notizie che potrebbero leggersi su qualunque quotidiano di un qualunque giorno se davvero queste circostanze si verificassero.
Senza elencare tutte le possibili concatenazioni di eventi che nel nostro filmato si sono abbattute sull’America, partiamo dalla situazione attuale dell’emergenza petrolio, per capire se e cosa accadrebbe se la finzione divenisse realtà.
La situazione attuale
Come ha dimostrato nel 1956 Marion King Hubbert , geofisico americano della compagnia petrolifera Shell, la crisi di una risorsa come il petrolio non si ha quando la risorsa finisce, ma quando ne resta ancora la metà, ovvero quando la produzione smette di crescere o quando il consumo cumulato raggiunge il punto di flesso. Seguendo tale teoria, il punto di produzione massima, oltre il quale la produzione può soltanto diminuire, viene detto picco di Hubbert. Ciò muove dall’assunto che la domanda petrolifera sia sostanzialmente anelastica ai prezzi, che il petrolio sia un bene primario, del quale non si può fare a meno. Ne deriva che, anche se gli investimenti necessari all’estrazione divenissero proibitivi, la produzione non cesserebbe perché si incontrerebbe una domanda comunque disposta a remunerarli.
Questa teoria è stata pienamente confermata in seguito dall’andamento della produzione di petrolio degli Stati Uniti, che ha raggiunto il suo punto di fine della crescita nel 1970. Da allora la produzione americana continua, ma è in costante calo, con la conseguenza che gli Stati Uniti importano quantità crescenti di petrolio dall’estero.
Secondo i principi elementari odierni del mercato, se i prezzi salgono significa che la domanda supera l’offerta: ed ormai, da anni la domanda sta crescendo. Oggi la diminuzione della disponibilità del petrolio è dovuto a motivi contingenti, come la guerra in Iraq e le vicende della Yukos in Russia (l’ azienda petrolifera nata dalla fusione di due aziende sovietiche, poi messa all’asta con lo scopo di cedere ad un privato una importante azienda del comparto energetico russo), eppure verrà il giorno in cui la metà del petrolio del mondo sarà stato consumato.
Ma il fattore nuovo e più importante è lo sviluppo accelerato della Cina, e dell’Asia meridionale e orientale ( in primis l’India) che stanno aumentando in modo straordinario i loro consumi di tutte le materie prime e di energia (cresce la loro domanda di proteine animali, le quali per essere prodotte richiedono un’estensione di terreni otto volte superiore rispetto quella richiesta per produrre proteine vegetali), quindi anche di petrolio.
La Cina oggi consuma la metà del cemento del mondo, un terzo del ferro, ed è diventata il secondo consumatore mondiale assoluto di petrolio e derivati. Considerando i tassi di crescita attuali, in pochi anni sarà la prima consumatrice di petrolio, e la sua economia supererà anche quella degli Stati Uniti d’America.
Ritornando alla teoria di Hubbert, oggi la maggior parte delle analisi fa cadere il “picco mondiale” intorno al 2020, soprattutto in previsione di eventuali crisi economiche che potrebbero temporaneamente ridurre la richiesta di petrolio.
Nel nostro Paese poi, a differenza di altre nazioni, il 73% dell’energia proviene da combustibili fossili, il 14,5% sono rinnovabili e il resto viene importato. Insomma, siamo petroliodipendenti come gli Stati Uniti della fiction.
In studio, con Giovanni Minoli, Davide Tabarelli, docente di Economia ed Energia all’Università di Bologna e Presidente di Nomisma Energia. Insieme cercheranno di chiarire alcune questioni fondamentali circa la crisi petrolifera che il mondo intero sta vivendo. Riportiamo di seguito l’intervista di Giovanni Minoli al Prof Davide Tabarelli.
Professore, è solo fantascienza quella che abbiamo visto? Potrebbe capitare così o peggio?
“Anche peggio perché non c’è capacità inutilizzata al mondo per dare a qualcuno del greggio che viene a mancare. In sostanza la Russia in questo momento non avrebbe del greggio da sostituire a quello dell’Arabia Saudita.”
Analizziamo nel dettaglio questa fiction: che cosa è veramente solo finzione? “Non è concepibile che gli Stati Uniti possano far a meno del petrolio”
Davvero una calamità naturale potrebbe portare a delle conseguenze simili? “Si. E’ quello che è accaduto nell’agosto del 2005 con l’uragano Katrina e poi Rita che portò a livelli record il prezzo del petrolio.”
Viviamo in un sistema veramente fragilissimo?
“Si molto fragile, dipendente per il 40% dai consumi mondiali d’energia dal petrolio che arriva soprattutto dal Medio Oriente. Dagli anni ’70, quando ci furono gli altri shock petroliferi, simili a quelli paventati nel filmato, la nostra dipendenza dal petrolio è immutata.”
Non è cambiato niente?
“Sostanzialmente niente. Non ci sono finora molte alternative.”
Il mondo occidentale è condannato a fare sempre più guerre per il petrolio? “Quello che sta accadendo dal marzo del 2003 in Iraq lo conferma.”
Quindi guerra per petrolio, non per esportare la democrazia?
“Quello può essere un palliativo o un addolcitore.”
Qual è il teatro di guerra più a rischio?
“Sempre il Medio Oriente, in particolare l’Iran. Non è una nuova guerra ma è una continuazione di quella cominciata con la rivoluzione del 1979.”
Questo equilibrio così instabile come può essere portato avanti senza che deflagri completamente?
“Qualche problema lo abbiamo già avuto perché se siamo a 100 dollari a barile in questo momento, c’è uno squilibrio nel mercato petrolifero mondiale. Il petrolio costa 10 dollari a barile, da 10 a 100 è profitto finanziario delle compagnie (che hanno raggiungo guadagni scandalosi) e dei paesi produttori di petrolio. Paesi come Arabia Saudita, Iran, Iraq prendono l’80% delle entrate dei guadagni.”
Lo scenario potrebbe davvero coinvolgere la Russia di Putin come diciamo nel nostro filmato?
“La Russia è già coinvolta perché è uno dei grandi esportatori di petrolio, sono coinvolti perchè esportano molto gas, il futuro dell’Europa e dell’Italia.”
Il gas che viene esportato dalla Russia viene esportato a seguito di investimenti per la distribuzione?
“Per il momento la Russia sta facendo pochissimi investimenti, li ha fatti in passato negli anni ’50 e ‘60 grazie al gigantismo del comunismo, nel frattempo i consumi sono aumentati tantissimo e noi europei viviamo oggi su quegli investimenti e sulle infrastrutture fatte grazie ad una compagnia italiana, l’ENI. ”
Perché l’ENI di Mattei faceva infrastrutture?
“Si. Tra l’altro tutto il gas che importiamo in Italia dalla Russia viene trasportato da infrastrutture fatte dall’ENI e concepite ai tempi di Mattei .”
Quindi ci potrebbe essere quasi una nuova guerra fredda per il petrolio?
“I toni usati dall’Europa sul gas negli ultimi due anni sono toni da guerra fredda. I russi sono preoccupati perché hanno tantissimo gas sottoterra ma non ne hanno pronto da vendere all’Europa. Loro preferiscono andare in giro per il mondo a fare i finanzieri come le grandi compagnie petrolifere piuttosto che andare in Siberia a fare dei buchi.”
Tra i consumi si sono aggiunti quelli di India e Cina. Cosa significa che il prezzo continuerà ad aumentare?
“Significa che la domanda petrolifera, nonostante i 100 dollari, cresce di 1,5 milioni di barili al giorno, che non rallenta e quest’anno crescerà ancora del 2%, vuol dire che il prezzo non è poi così alto.”
E i cinesi?
“I cinesi fanno quello che facevamo noi negli anni ’50 vanno a offrire migliori condizioni ai paesi produttori, mentre le compagnie occidentali che hanno più tecnologia, devono rispondere alla pressione della borsa, cioè dare utili immediati.”
Quindi una grande impresa statale che ha orizzonti diversi di ritorno del proprio investimento è più strategica di una grande impresa che deve rispondere al mercato?
“Si perché il petrolio implica tempi lunghissimi, che non sono quelli della borsa. Nel petrolio occorre fare investimenti in 20-30 anni. L’ultimo grande giacimento kashagan scoperto dall’Eni all’inizio degli anni ’90 (il più importante trovato negli ultimi trent’anni in Kazakhistan), deve ancora entrare in produzione e ha creato dei problemi all’ENI negli ultimi mesi.”
Perché in Italia la benzina è fra le più care del mondo?
“Perché c’è un’altissima tassazione: il 70% sono tasse, come nel resto d’Europa.”
Dipendiamo dal petrolio ma Rubbia dice che il petrolio finirà tra 20 anni?
“Le statistiche parlano di 40 anni per la fine del petrolio, ma ogni anno si scopre più petrolio di quello che si consuma. Di petrolio nel sottosuolo ce ne è tantissimo, il problema è portarlo fuori. Ce n’è tantissimo nel medio oriente.”
Energia alternativa?
“L’ energia alternativa vale la pena, tuttavia il sole conta pochissimo, 0,1%, possiamo ragionevolmente sperare nel 5%. L’80% del nostro futuro energetico, come il passato, sarà fatto di fossili e petrolio.”
E il nucleare?
“Nucleare poco, con molti problemi ma fa elettricità. Il petrolio serve per fare andare le macchine con la benzina.”
A dieci anni, investendo nelle energie alternative, quanto si potrebbe arrivare a coprire?
“In dieci anni si potrebbe arrivare a coprire il 2-3% dei nostri consumi.Abbiamo degli obiettivi a livello europeo del 20%: secondo me sono irrealistici ma potremmo farcela. 20% al 2020, cioè tra dodici anni.”
Lei ha detto che l’Italia è l’anello debole dell’Europa.
“In realtà lo ha detto l’Economist però è vero, nell’energia è indubbio.”
Siamo in piena emergenza petrolio e non sappiamo cosa fare?
“Dobbiamo cominciare a risparmiare ed essere più razionali e a comportarci meglio perché dello spreco ne facciamo tanto.”
Quindi è fondamentale ripensare al modello di sviluppo?
“Siamo troppo legati all’energia fossile, consumiamo enormi quantità di energia che solo i combustibili fossili ci possono fornire. Le risorse sono scarse e non dobbiamo dimenticarci dell’effetto serra. Nei prossimi anni avremo una concentrazione di C02 nell’atmosfera che sicuramente porterà a dei cambiamenti climatici.”
Trafficante Volpino a supporto della nostra iniziativa..
31 marzo 2008
MONDAY MAIL - L'OPAS IMMOBILIARE LOMBARDA
Caro Buddy
Ti ho scritto già diverse volte in merito all’Opas immobiliare Lombarda,
non vorrei scocciarti ma un tuo intervento è necessario.
Io sono tra i fautori dell’Associazione a difesa piccoli azionisti
Abbiamo bisogno di una tua collaborazione , commenti se possibile sul tuo blog;
La nostra iniziativa è TOTALMENTE GRATUITA, puoi evincere che nessuno di noi ha interesse economico,tranne quello di difendere il patrimonio investito nell’azione
saremo lieti di un tuo intervento che possa sviluppare la nostra piccola presenza contro Poteri Forti. Ti allego un file redatto dal comitato dal quale puoi trarre commenti conclusioni o pubblicarlo, come preferisci
grazie comunque per la collaborazione
michele reppucci
Le caratteristiche di questa OPAS sono le seguenti: verra' consegnata 1 azione MILANO ASSICURAZIONI + 1,752 euro ogni 46 azioni IMMOBILIARE LOMBARDA. Il termine dell'operazione e' fissato per il 17 Aprile. Le azioni naturalmente si sono allineate alle condizioni per l'adesione. Conveniente o no? Secondo le analisi di Michele no. Personalmente non posso darvi una valutazione perche' non ho seguito ne' l'operazione ne' l'andamento dei titoli. Per tutti gli interessati che volessero scrivermi o avessero opinioni in merito, il mio indirizzo di posta lo trovate qui a fianco, a destra. Mentre per tutti gli interessati a maggiori dettagli e consigli su quali decisioni prendere cliccate su questo link codamil.wordpress.com, mi sembra un'iniziativa molto utile . Ora devo scappare con un amico ad una conferenza, attendo spunti ed idee utili...
Pubblicato da Buddy Fox | Blog friends: leggi anche Fuorimercato
Etichette: Imm.re Lombarda, Milano Assicurazioni, Monday Mail, OPAS
lunedì 25 febbraio 2008
Immobiliare Lombarda - www.codamil.wordpress.com
una "mini class action"
www.codamil.wordpress.com
sabato 23 febbraio 2008
immobiliare lombarda
Il messaggio è chiaro specie per Benetton, Gavio e Ligresti. Se berlusconi vince .....i soldi arriveranno su Impregilo.
Sapete quale società di Ligresti è detentrice delle azioni di Igli (essendo Igli la scatola che è proprietaria di Impregilo)?
Immobiliare Lombarda , la società che Ligresti vorrebbe far sparire dalla borsa approfittando dei prezzi bassi in borsa.
venerdì 22 febbraio 2008
immobiliare lombarda
COMUNICATO STAMPA
CONSOB: ADUSBEF HA PRESENTATO L’ENNESIMO ESPOSTO-DENUNCIA ALLE PROCURE DELLA REPUBBLICA DI ROMA E DI MILANO, SULLA GRAVISSIMA VICENDA DI CARDIA JUNIOR, CONSULENTE STRAPAGATO DI FIORANI E LIGRESTI,SUI QUALI CARDIA SENIOR SI DOVRA’ PRONUNCIARE.
Adusbef, allegando l’articolo del settimanale l’Espresso in edicola ed alcuni ritagli del quotidiano La Repubblica, ha presentato l’ennesimo esposto denuncia alle Procure della Repubblica di Roma e di Milano, segnalando lo scandalo di un’autorità di vigilanza come la Consob presieduta da Cardia Senior,chiamata a decidere su assetti societari di Fiorani e Ligresti, con l’operato delle super pagate consulenze del Cardia Junior.
In un paese normale, quando non vengono smentiti articoli di stampa,pubblicati da La Repubblica o dal settimanale L’Espresso, dove l’avv. Marco Cardia, super-consulente della Banca Popolare di Lodi con 220.000 (duecentoventimila) euro l’anno, professionista di fiducia dell’Immobiliare Lombarda, la società quotata in Borsa e controllata da Ligresti che potrebbe diventare oggetto di un’Opa per consentire allo stesso Ligresti di avere il controllo totale della società, scattano volontarie dimissioni o la destituzione immediata da tutte le cariche ricoperte nella Consob.
In un Paese normale,dove era già lampante l’incompatibilità di papà Lamberto al vertice della Consob con la dorata consulenza elargita dal ragionier Fiorani al figlio Marco, diventa ancora più scandalosa,come ricostruisce l’Espresso, la designazione dell’avv. Marco Cardia nel comitato dell’Immobiliare Lombarda di tre professionisti che vigila sull'organizzazione societaria in base alla legge 231 del 2001 (responsabilità penale delle aziende).
Anche la Premafin, tra tanti professionisti con competenze in questo specifico settore, ha scelto proprio il figlio del presidente della Consob per affidargli un incarico nel comitato di controllo istituito dalla legge 231. Bussando alle porte del gruppo Ligresti l'avvocato Cardia è poi riuscito a soddisfare brillantemente le sue esigenze immobiliari. Da qualche tempo ha trasferito la sua residenza nel quartiere Parioli a Roma, in un elegante palazzo dato in affitto dalla Milano assicurazioni, controllata da Fondiaria-Sai. Ed è targata Ligresti anche la proprietà della sede milanese dello studio legale Cardia, non lontano dalla stazione Centrale.
Adusbef aveva già denunciato alla magistratura la girandola di nomine di Cardia Junior,senza destare alcun imbarazzo in Consob la notizia che il figlio del presidente era a libro paga della Popolare di Lodi di Gianpiero Fiorani per un incarico di consulenza da 220 mila euro all'anno. Fiorani, come noto, è poi finito nel mirino della magistratura penale e della stessa Consob per una serie di gravissime irregolarità. Adesso invece emergono i rapporti con Ligresti, uno dei 'grandi vecchi' della finanza nazionale, presente in alcuni degli snodi decisivi del potere economico, da Mediobanca, al Corriere della sera all'Unicredito.
E’ vero che nessuna legge vieta ai figli dei commissari Consob di accettare incarichi retribuiti da aziende sottoposte al controllo della Commissione,ma nel mondo della finanza,esistono norme che, in materia, fissano alcuni precisi principii in materia di incompatibilità. Il codice di autodisciplina delle aziende quotate, per esempio, prescrive che il consigliere di amministrazione di una società quotata in Borsa non può dirsi 'indipendente' se un suo parente stretto (figli compresi, ovviamente) "ha o ha avuto nell'esercizio precedente una significativa relazione commerciale, finanziaria o professionale" con la società in questione o con un soggetto che la controlla.
Adusbef,oltre ad aver adito ancora una volta la magistratura,ha inviato una lettera al presidente Prodi, ai ministri del Governo dimissionario ed ai gruppi politici presenti in Parlamento,per evitare che il dottor Lamberto Cardia, possa continuare indisturbato nella sua opera, così come è previsto,a dimostrazione di una collusione, da un emendamento occultato nel decreto “milleproroghe”.
immobiliare lombarda
Manovre in casa Ligresti
Il finanziere ridisegna le attività assicurative e immobiliari.
La Borsa è perplessa. Ora la palla va alla Consob guidata
da Cardia. Che rischia un conflitto di interessi in famiglia

dI VITTORIO MALAGUTTI
Nelle prossime settimane, quando il presidente della Consob Lamberto Cardia affronterà il corposo dossier del riassetto del gruppo Ligresti, non è escluso che si trovi ad incrociare un professionista dal cognome famigliare. Famigliare nel vero senso della parola, perché Marco Cardia, 44 anni, figlio del numero uno della Commissione di controllo sulla Borsa, vanta da anni stretti rapporti con le aziende del finanziere siciliano Salvatore Ligresti.
Cardia junior, tra l'altro, è un professionista di fiducia dell'Immobiliare Lombarda, la società quotata in Borsa controllata da Ligresti tramite Fondiaria-Sai. Partirà da qui, come annunciato nei giorni scorsi, l'operazione che dovrebbe ridisegnare l'organigramma del gruppo che fa capo alla holding Premafin. In breve, l'azionista di maggioranza lancerà un'Offerta pubblica d'acquisto sulla Immobiliare Lombarda, forte di patrimonio in palazzi e terreni valutato oltre 800 milioni oltre a quote importanti in alcuni progetti di sviluppo in aree urbane di grande pregio come Citylife e le Varesine a Milano, l'ex Manifattura Tabacchi a Firenze e Torre Spaccata a Roma.
Per comprare il 38,7 per cento del capitale che ancora non controlla, Fondiaria-Sai è pronta a spendere circa 230 milioni di euro. Ma il pagamento non sarà tutto in contanti. Anzi, i due terzi della somma verrebbero liquidati in azioni della Milano assicurazioni, che fa capo alla stessa Fondiaria. Insomma, carta contro carta, per un prezzo complessivo che - temono in molti - alla fine potrebbe rivelarsi inferiore alle attese degli investitori. La crisi mondiale del business del mattone ha picchiato duro sulle quotazioni borsistiche delle aziende del settore, precipitate ai minimi degli ultimi cinque anni. Da qui il sospetto diffuso che il socio di controllo voglia cogliere al volo l'occasione per scalare l'Immobiliare lombarda a prezzi di saldo per poi toglierla dal listino azionario.
Ancora non basta, perché Fondiaria Sai ha annunciato di essere intenzionata a cedere tre compagnie (Liguria, Sasa e Sasa vita) alla propria controllata Milano. Anche su questo affare in famiglia si allunga l'ombra di un potenziale conflitto d'interessi. E il fatto che per adesso non si conoscano i termini dell'operazione, cioè quanto verrà valutato il terzetto di società in vendita, certo non aiuta a risolvere dubbi e perplessità degli investitori. Molti di loro, tra l'altro, puntavano da tempo su una fusione tra Fondiaria e Milano che, invece, non sembra alle viste. Risultato: la delusione per le nozze sfumate si è espressa con una grandinata di vendite che ha colpito soprattutto la Milano.
Nel tentativo di rassicurare i mercati, nei giorni scorsi i vertici di Fondiaria-Sai, a cominciare dall'amministratore delegato Fausto Marchionni, si sono spesi con alcune dichiarazioni pubbliche per chiarire i termini dell'operazione. La sortita però, almeno per il momento, non ha dato i risultati sperati. E così, le carte del complicato e controverso riassetto del gruppo Ligresti si avviano a passare al vaglio della Consob gravate del giudizio negativo espresso dal mercato. A cui adesso potrebbero aggiungersi altri interrogativi legati alla singolare posizione in cui si è venuta a trovare la famiglia del presidente della Commissione di controllo.
A Cardia padre, nel suo ruolo istituzionale, toccherà valutare l'operazione sul piano della trasparenza e dell'informativa al mercato. Suo figlio invece finirà per diventare parte in causa di quella stessa girandola societaria. Cardia junior infatti, che di mestiere fa l'avvocato, è stato designato dall'Immobiliare Lombarda nel comitato di tre professionisti che vigila sull'organizzazione societaria in base alla legge 231 del 2001 (responsabilità penale delle aziende). Anche la Premafin, tra tanti professionisti con competenze in questo specifico settore, ha scelto proprio il figlio del presidente della Consob per affidargli un incarico nel comitato di controllo istituito dalla legge 231. Bussando alle porte del gruppo Ligresti l'avvocato Cardia è poi riuscito a soddisfare brillantemente le sue esigenze immobiliari. Da qualche tempo ha trasferito la sua residenza nel quartiere Parioli a Roma, in un elegante palazzo dato in affitto dalla Milano assicurazioni, controllata da Fondiaria-Sai. Ed è targata Ligresti anche la proprietà della sede milanese dello studio legale Cardia, non lontano dalla stazione Centrale.
Sulla carta è tutto in regola. Nessuna legge vieta ai figli dei commissari Consob di accettare incarichi retribuiti da aziende sottoposte al controllo della Commissione. Nel mondo della finanza, però, esistono norme che, in materia, fissano con precisione alcuni principii in materia di incompatibilità. Il codice di autodisciplina delle aziende quotate, per esempio, prescrive che il consigliere di amministrazione di una società quotata in Borsa non può dirsi 'indipendente' se un suo parente stretto (figli compresi, ovviamente) "ha o ha avuto nell'esercizio precedente una significativa relazione commerciale, finanziaria o professionale" con la società in questione o con un soggetto che la controlla. Viene da chiedersi, allora, se le stesse garanzie di indipendenza non debbano valere, a maggior ragione, anche per i cinque commissari dell'Authority di controllo sui mercati.
Nei mesi scorsi aveva già provocato qualche imbarazzo ai piani alti della Commissione la notizia che il figlio del presidente era a libro paga della Popolare di Lodi di Gianpiero Fiorani per un incarico di consulenza da oltre 200 mila euro all'anno. Fiorani, come noto, è poi finito nel mirino della magistratura penale e della stessa Consob per una serie di gravissime irregolarità. Adesso invece emergono i rapporti con Ligresti, uno dei 'grandi vecchi' della finanza nazionale, presente in alcuni degli snodi decisivi del potere economico, da Mediobanca, al Corriere della sera all'Unicredito.
Va detto che l'avvocato Cardia si trova in buona compagnia. L'Immobiliare Lombarda, una società di modeste dimensioni con meno di 600 milioni di capitalizzazione borsistica, viene gestita da uno dei consigli di amministrazione più affollati della Borsa italiana. L'organismo presieduto da Paolo Ligresti, con suo padre Salvatore alla presidenza onoraria, può contare su 20 membri, un numero di componenti pari a quello del board delle Generali, mentre colossi come la Fiat o Mediaset non vanno oltre i 15 amministratori ciascuno.
Nel consiglio dell'Immobiliare lombarda hanno trovato posto una pattuglia di amici, parenti e figli di vip. Tutti in possesso, a quanto pare, dei requisiti e delle competenze necessari per partecipare alla gestione di una società quotata. Accanto all'amministratore delegato Antonio Talarico, vera mente strategica del business immobiliare del gruppo, troviamo l'avvocato Luigi Pisanu, 36 anni, consigliere comunale di Forza Italia a Sassari nonché figlio dell'ex ministro degli Interni, Giuseppe. Nel lungo elenco degli amministratori di Immobiliare Lombarda compare l'ex senatore democristiano Vincenzo La Russa, esponente della famiglia siciliana da sempre legata ai Ligresti e fratello del più noto Ignazio, il presidente dei deputati di Alleanza nazionale. Di area An è anche il vicepresidente di Immobiliare Lombarda Massimo Pini, già socialista craxiano e poi braccio destro dell'ex ministro delle Comunicazioni Maurizio Gasparri. Si è guadagnato una poltrona nel board anche Carlo Micheli, erede del finanziere Francesco che cinque anni fa ebbe un ruolo decisivo nella scalata in Borsa che portò la Sai alla fusione con Fondiaria.
Giulia e Jonella Ligresti, le figlie del fondatore ambedue impegnate nelle aziende di famiglia, non sono invece presenti nel consiglio dell'Immobiliare Lombarda. In compenso hanno trovato posto i loro mariti. Quello di Jonella, cioè Luca De Ambrosis, che gestisce anche altre società immobiliari del gruppo. E il bresciano Omar Bonomelli, 32 anni, che condivide con la moglie Giulia Ligresti anche la passione per l'equitazione. Entrambi, più volte convocati in nazionale, sono considerati tra i migliori specialisti italiani di questo sport olimpico.
Un parterre tanto affollato basta e avanza per spiegare l'ironia che circola in Borsa, dove qualche operatore, scherzando ma non troppo, va dicendo che l'effetto più evidente dell'Opa annunciata nei giorni scorsi sarà la scomparsa di una ventina di poltrone eccellenti. In effetti, l'Immobiliare Lombarda si muove già come un'appendice di Fondiaria-Sai, di cui amministra l'imponente patrimonio immobiliare. Il portafoglio in gestione, del valore di oltre 3 miliardi di euro, comprende gioielli di gran pregio come la Torre Velasca nel centro di Milano, ceduta dalla Ras cinque anni fa, e la galleria San Federico in piazza Castello a Torino.
Buona parte dei ricavi della società guidata dall'amministratore delegato Talarico derivano dalla vendita di palazzi e terreni alla stessa Fondiaria o ad altre consociate. Nell'ultima relazione semestrale, quella chiusa al giugno del 2007, circa 54 milioni di euro su incassi complessivi di 85 milioni erano classificati alla voce 'parti correlate', cioè erano il frutto di operazioni con altre società dello stesso gruppo. Tra l'altro erano stati ceduti a Fondiaria-Sai palazzi nel centro di Milano (via Torino e via Larga) per un valore complessivo di circa 42 milioni. E pochi mesi fa un altro immobile di pregio a Milano è stato girato per 25 milioni al fondo immobiliare Tikal, che è gestito da Sai investimenti, anche questa targata Ligresti.
Insomma, un gran via vai di scambi sempre sotto lo stesso tetto. C'è poco da sorprendersi, allora, se adesso i vertici del gruppo decidono di spegnere una volta per tutte le insegne della propria controllata per assorbirne il portafoglio in terreni e palazzi e l'attività di gestione. Le condizioni di mercato sono quantomai favorevoli. Dai massimi della primavera 2007, l'Immobiliare Lombarda è arrivata a perdere oltre la metà del proprio valore di Borsa. Un'occasione d'oro per liquidare i soci di minoranza e togliere dal mercato la società una volta per tutte. Se le perplessità degli investitori verranno superate e l'Opa andrà a buon fine, Ligresti sarà riuscito a chiudere il cerchio.
L'Immobiliare Lombarda, infatti, nacque nel 1999 da una costola della Premafin per sistemare una complessa partita debitoria. A prendere il controllo del nuovo veicolo societario furono alcuni grandi istituti come Unicredito, Banca Intesa e Capitalia. Nel 2005 Ligresti riconquistò la quota di maggioranza pagandola con un pacchetto di immobili. Tempo un paio di anni e siamo arrivati al capitolo finale. Adesso tocca agli azionisti di minoranza farsi da parte. L'Immobiliare Lombarda torna un affare di famiglia. n
Un grande futuro alle spalle
Quando poco più di un anno fa i vertici di Immobiliare Lombarda presentarono i loro piani di sviluppo si sprecarono i grandi numeri sul futuro della società. C'è la prospettiva concreta, spiegarono i manager guidati dall'amministratore delegato Antonio Talarico, di riuscire a costruire oltre un milione di metri cubi sui terreni di proprietà. Senza contare la partecipazione ai grandi progetti di sviluppo nelle aree urbane (Citylife e Varesine a Milano, Manifattura Tabacchi a Firenze, le Torri dell'Eur a Roma) che dovevano fruttare, nei piani della società, oltre 4,5 miliardi di ricavi. A fine febbraio 2007, Immobiliare Lombarda ha inoltre comprato una partecipazione del 33,3 per cento di Igli, la finanziaria a cui fa capo la quota di controllo dell'impresa di costruzioni Impregilo. A quest'ultima operazione si sono associati anche il gruppo Gavio e i Benetton spartendosi in parti uguali il residuo 66,6 del capitale di Igli. Tra tanti progetti sembrava davvero che l'Immobiliare Lombarda fosse destinata a trasformarsi nella punta di diamante del business del mattone targato Ligresti. Dopo 12 mesi, l'orizzonte appare completamente cambiato. La società milanese si avvia addirittura a chiudere i battenti. Che fine faranno le sue attività? Anche questo è un punto, tra i tanti, che i vertici del gruppo Ligresti non hanno chiarito annunciando l'Opa su Immobiliare Lombarda. Sembra probabile che buona parte dei palazzi e dei terreni finiscano in portafoglio a Fondiaria. Altri pezzi più o meno pregiati verrano invece girati a fondi immobiliari come Tikal, gestito dal gruppo Fondiaria. C'è grande incertezza, invece, sul destino delle quote di partecipazione nei progetti di sviluppo delle aree urbane. Resteranno per intero a Fondiaria oppure arriveranno nuovi soci? E a che prezzo? Risposte chiare per ora non ce ne sono. L'unica certezza è che in
una simile operazione, tutta interna allo stesso gruppo, sarà difficile districarsi tra tanti potenziali conflitti d'interessi.
immobiliare lombarda - lettera di 2 cari amici a cui mi associo
Spettabile Redazione de
Il Sole 24 Ore
"lettere al Sole 24 Ore"
Via Monte Rosa, 91
20149 Milano
Verona, 20 febbraio 2008
Oggetto: articolo su Il Sole 24 Ore n.50 del 20.2.2008, pag. 43.
Abbiamo letto attentamente l'articolo dal titolo "I Riflettori sui Ligresti alla prova dei numeri", a firma "A. Grass.", riguardante l'OPAS su Immobiliare Lombarda, cui siamo interessati in quanto azionisti di minoranza. Desideriamo formulare al riguardo i seguenti rilievi:
- tra le critiche che il giornalista ritiene infondate vi è quella secondo cui "la famiglia Ligresti avrebbe lasciato scivolare il titolo Immobiliare Lombarda in borsa per comprare le quote di minoranza a sconto", che non par essere né tra le più gettonate dai critici, né tra le più motivate;
- quello che lascia assai perplessi è la motivazione sulla cui base il giornalista sostiene l'infondatezza di tale critica: Immobiliare Lombarda avrebbe registrato - nell'ultimo anno borsistico - un andamento dei prezzi analogo a quello degli altri immobiliari italiani (ed europei), cosa abbastanza evidente;
- curioso è che il giornalista, che con dovizia si applica al calcolo delle perfomances dell'ultimo anno, non faccia altrettanto con quelle degli anni precedenti, con ciò tacendo che le citate Pirelli RE, IGD, Risanamento, Aedes e compagnia nell'anno precedente (cioè nel 2006) hanno tutte registrato performances ragguardevoli, che hanno spinto i corsi in prossimità dei massimi storici;
- ne deriva che, per tali titoli, la rovinosa discesa del 2007 iniziava all'incirca dalla quota massima raggiunta dai prezzi, mentre nel caso di Immobiliare Lombarda iniziava da una quotazione attorno ai 21 centesimi, inferiore di circa 1/3 rispetto ai massimi assoluti;
- ciò è coerente con le sensazioni - espresse innumerevoli volte nei noti forum online dagli azionisti IML - di un'azionista di controllo che quasi pareva compiacersi del deludente andamento delle quotazioni;
- per quanto concerne la seconda delle critiche oggetto di censura da parte del giornalista, che vorrebbe apparire obiettivo, l'articolo riporta il rapporto price/net asset value delle medesime società di cui sopra (e di due società europee, tra cui un REIT britannico): il giornalista non dice che il patrimonio di Immobiliare Lombarda NON è stato oggetto di perizia da parte di analisti indipendenti, quantomeno non di perizie rese pubbliche, al contrario di quanto accade per le altre società del raffronto;
- facciamo infine un'ultima osservazione, che fotografa un dato di fatto confermato anche dal Vostro articolo: nonostante che tutti i titoli del confronto quotino intorno ai propri minimi storici e tutti abbiano un'azionista di controllo, solo Fondiaria-Sai (controllata dalla famiglia Ligresti tramite Premafin spa) ha promosso un'offerta finalizzata al delisting della immobiliare controllata, mentre simili ipotesi sono state oggetto di convinte smentite da parte dei controllanti delle società oggetto di raffronto.
Con l'auspicio della pubblicazione. I migliori saluti.
venerdì 1 febbraio 2008
basicnet; Boglione belle parole
31/01/2008
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Se l’imprenditore è una garanzia
Nell’industria di oggi non esiste una sola etica, ma ne esistono due. Una è quella dell’impresa che ha al centro un imprenditore in carne ed ossa, mentre l’altra è quella dell’azienda che non ce l’ha. C’è una grandissima differenza, perché quando ci sono gli uomini con delle facce (e non solo delle facciate di palazzi) a prevalere è la loro stessa etica. Sono persone che hanno immaginato e costruito la loro azienda, che amano quello che fanno e amano quelli con cui lo fanno. Amano l’azienda. Fino a quando al vertice c’è un individuo, l’etica è filtrata dai suoi valori. Sono convinto che se una persona non è fatta così, se non ha in sé certi principi morali, non riuscirà mai a fare l’imprenditore nel vero senso della parola. Magari sarà in grado di fare soldi, ma non costruirà mai un’impresa, non convincerà tre persone a diventare mille. Credo anche che le aziende, oggi, abbiano un’elevatissima importanza sociale e che sia giusto che, a un certo punto, si stacchino dal singolo proprietario per diventare pubblic company, imprese pubbliche. Tuttavia, quando ciò accade è necessario che il senso etico della persona-imprenditore sia sostituito da appositi codici che ne regolino le attività in ogni singolo settore. Le industrie sanno di avere limiti di controllo, soprattutto quando, attraverso degli intermediari, affidano la produzione a paesi emergenti. È lì che intervengono i codici di autodisciplina: l’azienda lo deve insegnare alle persone con cui si rapporta, deve inserire clausole di rescissione nei loro contratti se le regole non vengono rispettate. Eventualmente deve sporge denuncia. Se vendi un prodotto, lo marchi, lo pubblicizzi, i tuoi valori vengono trasferiti su quel prodotto, nel bene o nel male. Un tempo le aziende erano verticali: al piano di sopra c’era la tessitura, sotto il taglio, poi c’era chi cuciva, controllava, stoccava. L’etica era tutta lì, in quella struttura così compatta. Oggi, invece, gli operai sono in tutto il mondo, cambiano ogni sei mesi. Eppure il prodotto deve essere garantito allo stesso modo in ogni passaggio della filiera. Nel 1999 i produttori, le organizzazioni sindacali e l’Onu hanno stilato un codice di autodisciplina contro lo sfruttamento e per il rispetto dei diritti umani dei lavoratori nei paesi in via di sviluppo. È un sistema di regole che noi, come Basicnet, applichiamo in tutto e per tutto. Tutte le grandi aziende applicano questo insieme di norme condivise. Chi non segue questi principi lo fa perché dispone di un proprio codice ancora più rigoroso. L’etica interessa tutta una serie di aspetti della vita aziendale. Il dilemma più tipico è il rispetto della legge. Esistono paesi in cui il rigore amministrativo e fiscale è ancora una scelta, mentre in altri è la norma. Negli Stati Uniti chi non paga le tasse è considerato un poco di buono, non un furbo. Rispettare le regole significa credere nella forza dell’azienda, nelle sue capacità di essere competitiva. C’è anche chi fa un uso distorto dell’etica, legandola alle vendite. Ci sono industrie che promuovono iniziative del tipo “se compri questa maglietta doni un euro a qualcuno”. È sbagliato. Come si dice, la carità si fa pure che non si sappia. Altrimenti non è carità, ma pubblicità fatta sulla pelle dei poveracci. Investire nell’etica non significa prevenire eventuali danni di immagine, ma anzi vuol dire impegnarsi affinché i problemi non si manifestino mai. Non occorre impiegare risorse ed energie in strategie difensive, perché investire sull’etica paga, soprattutto nel lunghissimo termine. Paga e strapaga. Non ha senso dire ad un ragazzo “non drogarti perché poi i tuoi genitori ti sgridano”, lui non deve farlo perché distrugge la propria salute. Lo stesso discorso può essere fatto ad un’impresa: bisogna avere una condotta morale impeccabile perché in ballo c’è la salute dell’azienda e non perché altrimenti si infrangerebbero le regole. I principi morali valgono anche nel rapporto con i propri dipendenti. Recentemente Walter Veltroni ha detto: “L’imprenditore è un lavoratore”. Qualcuno ne dubitava? Forse c’è ancora qualcuno che crede che sia uno sfruttatore, un furbacchione. Invece è un lavoratore con una grande responsabilità sociale ed una forte tensione emotiva. Alle scuole elementari dovrebbero insegnare che fare l’imprenditore è figo, e non solo che lo è fare il calciatore, il politico, il cantante o la velina. Bisogna evitare le contrapposizioni perché dirigente e operaio devono sentirsi sulla stessa barca e lavorare per farla funzionare meglio.
Marco Boglione Presidente di BasicNet
mercoledì 23 gennaio 2008
CRONACA DI UN DISASTRO ANNUNCIATO
Prodi valuta le dimissioni
In corso il voto alla Camera
Il Premier, Romano Prodi, sta valutando se presentarsi domani al Senato per il voto di fiducia.
Una posizione emersa durante il colloquio con Giorgio Napolitano, nel quale, a quanto si apprende in ambienti di Governo, il Presidente avrebbe consigliato a Prodi di valutare se confermare il passaggio a Palazzo Madama per la fiducia o limitarsi al voto che arriverà oggi dalla Camera. Il Premier sta valutando il da farsi e deciderà la seduta di questo pomeriggio a Montecitorio.
Intanto è iniziato nell'Aula della Camera il dibattito sulla fiducia chiesta dal governo Prodi. Al banco del governo siede il presidente del Consiglio Romano Prodi affiancato fra gli altri dai ministri Tommaso Padoa-Schioppa e Vannino Chiti. Diciotto dichiarazioni di voto in diretta tv con il centrodestra che mette in campo gli interventi di tutti i leader per il dibattito sulla fiducia al governo Prodi.
I primi a prendere la parola per quattro minuti saranno i rappresentanti dei gruppi minori: il socialista Valdo Spini, il repubblicano Giorgio La Malfa, il presidente della Destra, Teodoro Buontempo, Siegfried Brugger (Minoranze linguistiche), Giuseppe Reina (Mpa) e Paolo Cirino Pomicino (Dca). Quindi sarà la volta dei gruppi maggiori che in ordine decrescente interverranno per dieci minuti: Antonio Satta (Udeur), Angelo Bonelli (Verdi), Massimo Donadi (Idv), Oliviero Diliberto (Pdci), Roberto Villetti (Rnp), Titti Di Salvo (Sd), Roberto Maroni (Lega), Pier Ferdinando Casini (Udc), Franco Giordano (Prc), Gianfranco Fini (An), Silvio Berlusconi (Fi), Antonello Soro (Pd).
Parleranno a titolo personale il deputato Salvatore Cannavò e Mario Pepe.
sabato 24 novembre 2007
borsa
| Venerdì 23 Novembre 2007, 21:56 |
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mercoledì 21 novembre 2007
Mutui e portabilita'
| Mutui: Portabilita'; Abi Approva Procedure, Snelliti Tempi
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(ANSA) - ROMA, 21 NOV - Il Comitato esecutivo dell'Abi ha approvato le procedure semplificate per la portabilità del mutuo. Lo ha annunciato il Presidente dell'Abi, Corrado Faissola, ricordando però che "la delicata questione dei costi rientra nelle materie di esclusiva competenza delle banche, nel rispetto delle regole di concorrenza e in linea con quanto previsto dalla legislazione
Per Faissola si tratta "di un insieme di decisioni che sottolineano la sensibilità del sistema bancario nei confronti dei consumatori e nel contempo sottolinea la contrarietà dell'Associazione ad interventi dirigistici". L'Abi, nel pieno rispetto di norme che impediscono l'uniformità delle condizioni rivolte alla clientela e sottolineando che l'Associazione non può imporre nulla, in quanto i costi fanno parte delle tematiche concorrenziali, ritiene che una strada per rispondere alle sollecitazioni dei consumatori possa essere quella dell'assunzione volontaria, da parte della banca subentrante, degli eventuali costi e delle penali, se dovute, relative alle estinzioni anticipate; prassi, peraltro, già adottata da alcune banche.
- PROCEDURA PER LA PORTABILITA': "gli obiettivi alla base dello schema di procedura approvato dall'Abi e dal Consiglio Nazionale del Notariato, e presentata alle Associazioni dei consumatori, sono: favorire l'effettiva operatività della portabilità, soddisfare criteri di economicità, certezza dei tempi e semplificazione amministrativa. La procedura prevede una notevole semplificazione per il cliente comprendendo in un "atto unico": il contratto di mutuo tra la nuova banca e il cliente, la quietanza di pagamento rilasciata dalla banca originaria, il consenso alla surroga e l'annotazione della surroga stessa a margine dell'ipoteca originariamente iscritta.
L'operazione potrà essere realizzata sia nella forma della scrittura privata autenticata che nella forma dell'atto pubblico e prevede l'intervento del notaio, quale pubblico ufficiale, che autentica le sottoscrizioni o redige l'atto pubblico".
Questa nuova procedura garantirà ai clienti tempi certi per la fase di comunicazione del debito residuo attraverso un sistema di colloquio interbancario entro un massimo di 15 giorni. Al tempo stesso, la procedura dà una completa informazione e una piena certezza alla clientela, fissando 5 fasi precise: l'avvio della procedura da parte del cliente presso la nuova banca, la richiesta alla banca originaria dell'importo del debito residuo del cliente, l'analisi della fattibilità dell'operazione da parte della nuova banca, la comunicazione alla nuova banca dell'importo del debito residuo, la stipula del nuovo contratto di mutuo, l'annotazione della surroga dell'ipoteca in conservatoria.
- PROCEDURA PER LA RINEGOZIAZIONE: Il Comitato esecutivo dell'Abi ha approvato anche uno schema di procedura per la rinegoziazione dei mutui che introduce notevoli semplificazioni.
Per modificare alcune delle condizioni del precedente mutuo (riduzione del tasso di interesse; modifica del tasso con passaggio da un tasso variabile a fisso o a misto, o viceversa; prolungamento della durata) sarà necessario un unico documento sottoscritto dalla banca e dal mutuatario, che di norma non richiede l'intervento del notaio, e contenente le nuove condizioni concordate. Anche in questo caso, ricorda l'Abi, "vengono garantiti tempi certi per la comunicazione al cliente sull'esito della richiesta di rinegoziazione entro 10 giorni lavorativi. La nuova procedura consentirà rapidità e piena informazione stabilendo 4 fasi: l'avvio della procedura di rinegoziazione con la richiesta del cliente, l'analisi da parte della banca della fattibilità dell'operazione, la risposta della banca alla richiesta di rinegoziazione, l'atto di rinegoziazione".
(ANSA).
martedì 20 novembre 2007
BANCHE PARTE 2^
BANCA MIA FATTI CAPANNA
di Eugenio Benetazzo
Ma cosa è successo al panorama bancario italiano ? Come siamo arrivati noi italiani ad avere un pool di istituti di credito, probabilmente i peggiori al mondo, che si contendono ogni giorno il raggiungimento di posizioni dominanti nel mercato ? Cosa è successo in meno di vent’anni da infrangere per sempre il rapporto fiduciario tra
banca e cliente tanto che oggi il piccolo risparmiatore italiano non si fida più di nessuno ? Che cosa ha trasformato le banche nel tuo peggior nemico ?
Per spiegare quello che è successo dobbiamo tornare indietro di oltre quindici anni quando il panorama bancario italiano era costituito da una distesa prateria di piccoli istituti di credito con spiccata vocazione territoriale, nella quale spadroneggiavano anche tre colossi nazionali, la Banca Nazionale del Lavoro, il Credito Italiano e la Banca Commerciale Italiana, tre banche storiche di diritto pubblico che erano presenti per prestigio e diffusione capillare su quasi tutte le piazze provinciali del paese con le loro mastodontiche agenzie di sportello.
Ricordo ancora il mio primo libretto di risparmio aperto in prima media presso la Cassa di Risparmio di Verona, Vicenza, Belluno ed Ancona, successivamente trasformatasi in Cariverona e poi tristemente fagocitata nel gruppo bancario denominato Unicredito. In quel tempo non esisteva l’esigenza viscerale di competere tra banche e banche, in quanto ogni istituto aveva trovato una propria dimensione e sviluppo legato alle caratteristiche del territorio ed a una propria vocazione imprenditoriale. Gli sportelli di banche differenti presenti su una stessa piazza si facevano concorrenza sulle modalità di erogazione del servizio e sul rapporto umano
che si instaurava con il personale che vi lavorava.
Vent’anni fa sarebbe stato impossibile che un direttore di banca vi proponesse di investire su un’obbligazione strutturata emessa da chi sa chi e per Dio sa cosa: i prodotti di risparmio tipici proposti erano i titoli di stato, i
pronti contro termine, i certificati di deposito oppure le obbligazioni emesse dalla stessa banca: prodotti a capitale protetto e rendimento garantito.
I correntisti ed i risparmiatori erano trattati allora come persone con specifiche esigenze sociali ed imprenditoriali, e non come avviene ora alla pari di insignificanti numeri di conto corrente a cui addebitare costi ed oneri di fantasia congiuntamente all’offerta di una copiosa varietà di prodotti porcheria.
Come siamo arrivati, allora, all’attuale situazione di mercato ? La risposta è piuttosto semplice: ottimizzazione dei costi e massimizzazione dei profitti. Le tanto osannate dottrine sui processi di arricchimento facilitato che si
insegnano in quelle fabbriche di replicanti clonati, che vengono definite business schools, hanno trovato prima applicazione proprio nel mondo bancario. Fu così che alcune banche comprendendo la possibilità di competere sui mercati internazionali in vista della definizione di un grande mercato unico europeo iniziarono ad unire le
forze nelle maniere più subdole: fondendosi, fagocitandosi o incorporandosi.
Questo processo portava ad aumentare spaventosamente la loro redditività in quanto se gli attivi dei patrimoni venivano sommati, lo stesso non avveniva per i costi, i quali subivano invece un consistente ridimensionamento (chiusura di filiali doppie sulla stessa piazza e licenziamento del personale in esubero).
Lentamente negli anni hanno preso forma i gruppi bancari che conosciamo tutti ed allo stesso tempo si sono verificati i grandi scandali finanziari che hanno depauperato intere generazioni di risparmiatori italiani. Anche questo è stato dovuto alla trasformazione del sistema bancario italiano, il quale ha iniziato a fare i conti con la prima legge del mercato dei capitali ovvero il rendimento in termini percentuali tra il dividendo erogato ed il prezzo di una singola azione.
La necessità di conseguire utili e rendimenti sempre più crescenti ha spinto i banchieri ad individuare nuove aree di profitto senza compromettere o aumentare l’esposizione al rischio della banca: per quanto motivo sono proliferate commissioni, oneri e costi per servizi di base (che in molti paesi sono completamente gratuiti).
Parallelamente si è sviluppato anche uno straordinario mercato di prodotti porcheria per la gestione del risparmio, infatti questi gruppi bancari si sono resi conto che è molto più conveniente per i loro bilanci e per il loro profitto, gestire i vostri risparmi applicandovi oneri e commissioni senza così esporre la banca in alcun modo
al rischio imprenditoriale. Il marcio del sistema ha trovato la sua massima manifestazione quando i grandi gruppi bancari hanno individuato nell’utilizzo del budget, lo strumento di eccellenza per la propria pianificazione aziendale. Con il
budget, infatti, si stabiliscono a priori i risultati che il gruppo bancario deve conseguire per massimizzare il suo profitto e a questo dictat si devono prostrare tutti i dipendenti della banca, dai funzionari ai cassieri.
Non cè da stupirsi quindoi se esistono banche che concedono in comodato gratuito una Ferrari per una settimana come bonus o incentive per il raggiungimento del budget ad un direttore di filiale, se questo è riuscito a far erogare un determinato numero di mutui ipotecari ad intervento integrale (quindi 100 %) a condizioni proibitive (mi piacerebbe potervi fare i nomi e cognomi) ! Non mi dilungo sul personale di sportello, soggetto ad un tasso di turnover improponibile (ogni mese avete un
referente diverso), nella maggior parte dei casi, vi trovate di fronte a persone frustrate, impantanate in un lavoro che non ha futuro, destinate per anni a contare il denaro e gli assegni, oppure a passare carte su carte tra lo sportello e la direzione amministrativa. Ecco il motivo per cui non vi dovete fidare di quello che vi propongono: perché quello che vi viene presentato, deve prima portare ricchezza alla stessa banca. Questa trasformazione del sistema bancario ha tuttavia prodotto o indirettamente causato anche un effetto collaterale, che forse non si era opportunamente valutato: per la prima volta si è venuto ad infrangere il rapporto
fiduciario che si riponeva nelle banche o nelle persone che vi lavorano, dubitando profondamente su tutto quello che viene raccontato od offerto allo sportello. Non a caso sono ripresi con grande frequenza e dimensione fenomeni di espatrio di capitali (a volte anche con modalità illegali) nei confronti di centri finanziari ritenuti
storicamente più seri ed affidabili.
Comunque questo paese e la sua inerte classe politica lasciano veramente poco a che pensare, ma ancor di più la sua popolazione: se gli toccate la squadra di calcio allora preparatevi a vedere scali e porti marittimi bloccati da orde di tifosi che barricano gli accessi, mentre se qualcuno (coperto dalla compiacenza politica di chi
ci governa) vi sottrae illegalmente 50 euro dal vostro conto corrente, vi limitate semplicemente a lamentarvi stile bambino dell’asilio a cui hanno rubato la merendina. Chi è causa del suo male, pianga se stesso.
domenica 18 novembre 2007
BANCARIO RIDOTTO A PROSTITUTA ALBANESE
C’era una volta il direttore di banca. Quando un artigiano, commerciante o impresa chiedeva un fido, lui andava a vedere di persona le gru, i capannoni, i magazzini del potenziale debitore. Era un personaggio ben inserito nella realtà economica locale. I profitti della banca venivano in parte notevole da questa attività. Oggi non più. Come spiega un doloroso articolo su Libero Mercato, il bancario deve «vendere» a qualunque malcapitato entri in banca assicurazioni, «prodotti finanziari» che puzzano, «derivati» e «strutturati» col trucco, e di cui il cliente non ha bisogno.Vuoi il fido? Allora beccati anche questo swap dollaro-yen, o questa quota di hege fund con portafoglio colmo di azioni di Pechino. Non ti occorre? Ma la banca, per darti il fido, ti chiede di «contribuire ai profitti dell’istituto, che oggi si fanno così».
Altrimenti niente credito. I risultati sono quelli raccontati spesso dalla Gabanelli e da Libero stesso: negozi ben avviati portati al fallimento dalla leva negativa di quegli «strutturati», su cui bisogna pagare margini che superano i fatturati; prestiti-ponte per pagare quei debiti improvvisi; colossali indebitamenti occulti di Comuni Province e Regioni. Non è colpa dei bancari. E’ che il loro status è stato cambiato: parte del loro stipendio oggi dipende dai «risultati», ossia da quali schifezze e truffe hanno rifilati ai clienti. Ridotti a promotori finanziari senza preparazione specifica, assillati «dagli uffici-marketing che dettano quale cliente chiamare, a quale ora e per quale prodotto» e dalla telefonata del capo-area che vuole «risultati», altrimenti niente «incentivi» e premio annuale.
La condizione dei bancari è quella delle prostitute albanesi nelle grinfie del racket, e come tali devono comportarsi.
E i vecchi direttori hanno perso la «delega»: non sono più loro a dire se quell’artigiano o impresa meritano di essere affidati, ma «processi automatizzati», decisi da lontani computer con software irreali, «made in USA». «Processi di vendita massificati», dice Libero, «non serve pensare: tutto è pianificato» dagli arroganti neo-banchieri che imitano Wall Street.
Dice Libero: tra i risultati, c’è che crescono le perdite delle grandi banche «sui crediti di piccola dimensione». E che i clienti, non trovando più il direttore che li conosceva da anni, ripiegano sulle piccole banche locali, che «tengono e crescono» nonostante l’arretratezza tecnologica, e che erano state date per spacciate «perché non hanno le dimensioni».
Ma non è questo il punto. La vera tragedia è che la banca, prima, era almeno una ausiliaria dell’economia reale, dell’industria e del commercio.
Oggi ne è il parassita distruttore. Gli avvoltoi, almeno, mangiano cadaveri già putrefatti. Le «nuove» banche divorano imprese vive e vegete, rifilando loro prodotti fallimentari, «strutturati» incomprensibili che aggraveranno i conti fino alla bancarotta. Libero Mercato, se n’è accorto e denuncia.
Ma anche Mario Draghi è consapevole di questa situazione. Ha parlato più volte del dissesto dell’industria del risparmio gestito italiano inefficiente, cara e capace solo di succhiare il sangue agli investitori.
Per ora ha vinto il cambiamento di «cultura», come si dice: dal credito come ausiliario al credito-marketing predatorio.
Tornando alla storiella del castello del mio precedente articolo è come se un castello era stato costruito da un Re saggio e buone alcuni anni fa sulle rive di un fiume bellissimo. Vicino al castello era sorta una grande città che si sentiva protetta dalla presenza del castello. La città cresceva prosperosa, le campagne erano adibite all’agricoltura e all’allevamento, le foreste erano popolate da animali che venivano cacciati, il fiume veniva utilizzato per l’approvigionamento idrico e per il commercio. La natura e la serenità delle famiglie rendeva la vallata unica nel suo genere.
Tutti volevano stare vicino al castello, si sentivano aiutati e protetti, in cambio pagavano delle tasse ragionevoli e tutti prosperavano.
Improvvisamente il re del castello muore e suo figlio, noto per la sua arroganza e avidità, ne prende il posto. Aumenta le tasse, brucia il raccolto dei campi di coloro che non pagano le tasse, si appropria del bestiame dei morosi e lo vende alle vallate confinanti. il paese si impoverisce sempre di più. Da una bella città si trasforma lentamente in una favelas triste e povera.
Il castello diventa sempre più bello e opulento, ma un giorno si accorge che non può più spremere i sudditi, non è rimasto nulla da spremere, la pianura fertile si è trasformata in un arido deserto, la foresta bruciata, e il fiume inquinato. Il re ha due alternative…sposta il castello in un’altra valle e continua a depredare, o si impoverisce anche lui e il castello in poco tempo diverrà un rudere. Ma la folla dei sudditi, intanto, ha aperto gli occhi, capisce che esiste un’alternativa, confabula, si organizza, si arma…una rivolta è vicina
Jack Free (Libero) Maurizio Blondet, Mercato Libero.
giovedì 1 novembre 2007
Il Profumo del Governatore
da Mercato Libero
PROFUMO: MI DA FASTIDIO (Sapessi a noi….)Profumo attacca Bazoli affermando che le parole di Bazoli gli danno fastidio...
Alessandro Profumo, al quotidiano francese Les Echos: "Alcuni dicono che le Generali devono restare indipendenti in modo da poter esercitare la loro influenza. Ciò mi dà fastidio" ha detto Profumo, riferendosi al presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo, Giovanni Bazoli!
Francamente siamo stufi di mezze frasi, di scaramucce, di tatticismi anti mercato.
Evviva davide Serra, Evviva Matteo Arpe.
Evviva gli uomini di rottura.
E' vero, sono a caccia di utili e profitti, ma chi non lo è?
Basta vedere gli stipendi dei manager di Generali!
Lo stesso attacco di Serra andrebbe fatto in politica alla nostra classe dirigente e all'opposizione. Tutti a far finta di litigare per poi cercare di mettersi daccordo per continuare a poter far politica.
Se a Profumo gli da fastidio Bazoli perchè non appoggia Serra? Una bella scalata a Generali ora è possibile, anche a Mediobanca, di cui possiede il 19%.
All'antitrust ci si penserà dopo....
Ma in Italia si sa...esiste sempre un Corriere della sera, un giornalista , un giudice che diranno la loro bloccando l'anima del mercato.
RISPARMIO GESTITO O RISPARMIO TRADITO? Ecco il pensiero del governatore:
“risultati insoddisfacenti, non solo per colpa del fisco. Gestori cari rispetto ai
rendimenti. Il legame con le banche ha ostacolato «la concentrazione delle fabbriche prodotto»
I fondi comuni italiani, riconosce il governatore, sono stati a lungo penalizzati fiscalmente rispetto a quelli esteri, ma l’industria deve comunque essere in grado di fare mea culpa e riflettere sui motivi della progressiva disaffezione dei risparmiatori nei suoi confronti. «La qualità delle gestioni non di rado è insoddisfacente rispetto ai costi - ha osservato il numero uno di Palazzo Koch - Non sorprende che l’andamento più sfavorevole abbia contraddistinto i fondi obbligazionari e monetari per i quali il peso delle commissioni è particolarmente elevato». Nel mirino di Draghi è finita la governance delle Sgr, che avrebbero un numero troppo esiguo di consiglieri indipendenti, e il rapporto troppo stretto tra fabbriche prodotto e reti di vendita. «Queste ultime hanno un ruolo decisivo nello sviluppo delle masse in gestione e nella ripartizione dei ricavi». Il problema fiscale in ogni caso va risolto al più presto. «È un handicap serio cui occorre intervenire», ha detto il governatore
PER RIASSUMERE I PRODOTTI ITALIANI DEL RISPARMIO GESTITO, A DETTA DEL NOSTRO GOVERNATORE HANNO LE SEGUENTI CARATTERISTICHE:
- FISCALITA’ PENALIZZANTE,
- INCAPACITA’ GESTIONALE (RISULTATI DELUDENTI)
- GOVERNANCE INSODDISFACENTE
- TROPPO POTERE DELLE RETI DI VENDITA
Ora le sue parole equivalgono a dire:
- Risparmiatore non comprare prodotti delle banche italiane
- Risparmiatore non ti fidare del promotore che ti vende prodotti
d’investimento italiani
- Risparmiatore non ti fidare della banca sottocasa se ti dice di comprare
prodotti italiani del risparmio.
Ora, queste parole sarebbero tacciate di concorrenza sleale o di falsa pubblicità comparativa se uscissero dalla bocca di un consulente finanziario indipendente come me. Ma dato che tali affermazioni arrivano dal massimo esponente della Banca d’Italia, allora il risparmiatore ha l'obbligo di preoccuparsi.
Il governatore dice che i prodotti del risparmio gestito italiano non sono prodotti validi. Quindi se li compri non fai certo un buon affare. E, automaticamente bisogna fuggire da coloro i quali te li propongono (reti, private bankers, ufficio titoli della banca ecc ecc).
A questo aggiungo che se la banca ti offre prodotti prodotti d’investimento estero vestiti, ma gestiti sempre dallo stesso team di gestione italiano che ha risultati insoddisfacenti in Italia... la musica non cambia. È difficile pensare che il prodotto sia migliore. Occhio poi al costo dei prodotti esteri. A volte costano di più in modo da mangiarsi il vantaggio fiscale che invece deve rimanere in capo a chi investe. La maggior parte dei prodotti d’investimento di società italiane d’investimento che hanno aperto i loro uffici in Lussemburgo o in Irlanda soffrono dei medesimi problemi sui risultati che affliggono i prodotti italiani. Per giunta la società di gestione estera subisce una tassazione sugli utili inferiore a quella italiana. Quindi tale vantaggio dovrebbe essere girato, in parte al consumatore.
A riprova di quanto detto, riporto le parole di Giuliani, direttore generale di una delle principali società del risparmio gestito in Italia:
«Purtroppo quello che dice Mario Draghi è la realtà. In Italia ci sono pochissime scuole gestionali di valore che possono vantare una storia di successo provata da fatti e non da slogan commerciali. In molti casi i rendimenti medi offerti ai clienti, al netto dei costi e della fiscalità, sono insoddisfacenti. Il 90% dell'industria rende in media sui 5 anni meno dei Bot: occorre concentrarsi molto di più sulla qualità dei rendimenti offerti, pensando solo al cliente». Ma chi è il vero colpevole dell’ «andamento insoddisfacente» dei fondi italiani lamentato ieri da Draghi? «Oltre alla gestione - risponde il numero uno di Azimut - grosse responsabilità sono da attribuire anche alle reti distributive che hanno dimostrato di avere molte difficoltà nell'orientare i clienti in modo corretto negli anni. Considerato che alcune asset class, hedge e flessibili a parte, hanno reso zero o addirittura perso, è ovvio che il livello di insoddisfazione sia elevato. E, infine, da un orientamento eccessivo al conto economico di breve termine che ha portato alla diffusione di strumenti poco trasparenti, molto costosi e poco flessibili. Essere spinti da logiche di budget di breve termine e non dalla soddisfazione del cliente nel medio/lungo è molto dannoso per l'industria».
Infine ricordo la raccolta di settembre per il risparmio gestito italiano segna un
–9,3 miliardi di euro. Vuoi essere l'unico che rimane con il cerino in mano?
IL RISPARMIATORE E’ ABBINDOLATO DALLE BANCHE!!! PAROLA DI GOVERNATORE DELLA BANCA D’ITALIA
Ieri Draghi, nel suo discorso, in occasione della giornata del del risparmio ha fatto pesanti interventi contro il sistema bancario e a favore del risparmiatore.
In particolare si è soffermato su tre aspetti: Mutui, Conti Correnti, Risparmio Gestito.
Il governatore ha affermato che in tutti questi prodotti il risparmiatore è abbindolato dalle banche. Il risparmiatore non è capace di scegliere e indirizzarsi verso prodotti efficienti.
Vediamo i vari prodotti a uno a uno:
MUTUI
Draghi ha affermato che i tassi d’interesse potrebbero salire nei prossimi mesi. Incredibile! Il nostro governatore, mentre i tassi americani scendono, ci dice che i tassi saliranno. Visionario o Preveggente? Io ritengo che abbia ragione e ci vuole aiutare. Ci dice che l’inflazione è alle porte. Ma non l’inflazione che porta a un maggior valore degli assets immobiliari (come accadeva negli anni 70). Ma un’inflazione cattiva che arriva direttamente dalla Cina e di cui noi subiremo solo gli svantaggi! Il governatore ci dice di non indebitarci! O se lo facciamo, di valutare un tasso fisso! Questo è il primo messaggio. (a proposito, inflazione record e grosso aumento dei prezzi alla produzione sono segnali preoccupanti).